Il mondo si predispone a un nuovo avvento o alla paventata catastrofe? Chissà: da anni e anni, intanto, tiriamo avanti in una condizione precaria, al limite, cioè, della "non speranza" vittoriana. Ecco, in questo gorgo affollato di mali oscuri o, per uscir di metafora, su questa innocente 'terra desolata" (il richiamo al doloroso canto eliotiano - «Dopo il silenzio gelido nei giardini /Dopo l'angoscia in luoghi petrosi / Le grida e i pianti / ... / Colui che era vivo ora è morto / Noi che eravamo vivi stiamo morendo / Con un po' di pazienza...» - brucia, scientemente, un discorso ben più complesso ed arduo), s'incontrano, come in ogni ambito delle molteplici attività umane, artisti che si atteggiano a spocchiosi demiurghi, avendo scelto di elevare l'esibizionismo o la saccenteria al rango di poetiche (sic) calcolate quanto lucrose, e artisti che, al contrario, bisogna andare a scovare fin dentro le loro remote fucine, facendo estrema attenzione, una volta giunti all'ultimo crocicchio, ad imboccare il sentiero giusto, non di rado a dispetto di vistose indicazioni intenzionalmente forvianti.
Il tenace Nicola Morea, presenza di spicco nel panorama della cultura meridionale che conta (nato a Bari nel 1943, vive e opera nella vicina Mola, dove - con rara generosità sapientemente governa l'accreditata "Bottega delle Arti"), milita, dall'ormai lontano 1976, nella ristretta e laboriosa cerchia
degli 'appartati' per innata vocazione o per libera, ponderata scelta di campo. Non che Morea abbia mai indossato i panni, è d'uopo ribadirlo a scanso d'equivoci, di un altezzoso anacoreta o di uno stravagante alchimista intento a enumerare le stelle riflesse nell'alambicco:
intendo dire, piuttosto, che - proprio in virtù del suo temperamento flemmatico e della sua viscerale e orgogliosa dedizione al métier (ha al suo attivo una quarantina di mostre personali in Italia e all'estero, nonché varie cartelle d'acqueforti a colori, via via presentate o recensite, fra gli altri, da Michele Campione, Tori Carpentieri, Manlio Chieppa, Everardo Dalla Noce, Pietro De Giosa, Anna D'Eba, Ettore De Marco, Gustavo Delgado, Marino Fioramonfi, Santa Fizzarotti, Elio Marcianò, Corrado Marsan, Raffaele Nigro, Marisa Salomone, Marcello Venturofi) - Morea ha saputo ora resistere, sebbene alle prime armi (siamo nel triennio, per lui cruciale, 1973-1975), alle lusinghe delle sirenette dei cenacoli e dei circoli alla moda, ora declinare con fermezza i ripetuti inviti nei vetusti salotti-bene, ai veglioni delle vanità o ai caffè delle cariatidi; così come si è recisamente rifiutato di rincorrere e corteggiare tanto i critici rampanti quanto i protervi imbonitori di rassegne a tema, preferendo anteporre agli effimeri concertini delle cicale, alle adunate pilotate dall'alto e le tavole rotonde sul sesso degli angeli, gli incontri motivati (e determinanti) con gli artisti prediletti, le 'puntate' ai musei, i viaggi di studio e, repetita iuvant, il quotidiano e solerte rabescare sulla tela, sulla lastra di rame o sul foglio da disegno.
Ma scendiamo, adesso, nei labirinti della materia. Labirinti in cui ciascuno di noi, volendo, può nascondere una preghiera, un'invettiva, una delusione d'amore o qualche verso beneaugurante (ricordate la chiusa di Movimento dell'ineffabile Aldo Palazzeschi? «Io vo... / tu vai... / si va... / perché soltanto andare / in un mondo di ciechi / è la felicità»), così come ciascuno di noi può esprimervi deliberatamente il proprio hìc et nunc esistenziale (da par suo, ne sono fermamente convinto, l'agguerrito Morea deve aver occultato, a guisa di testamento, entro le griglie sensuose di questa sua recente, fascinosa suite, uno degli aforismi salutari del profetico Henry Marcel: «Quando dipingete un quadro, sia una casa, una pianura, l'oceano o il cielo, pensate sempre alla presenza dell'uomo, alle affinità della sua gioia o della sua sofferenza con un tale spettacolo; allora, una voce intima vi parlerà della sua famiglia, delle sue occupazioni, delle sue ansie, delle sue predilezioni l'idea trascinerà l'umanità intera in quest'orbita: creando un paesaggio penserete all'uomo, creando un uomo penserete al paesaggio...'>) Labirinti che, in quanto luoghi deputati plurisignificanti, rimandano - come in un intrigante gioco ad incastri - alle annose dispute sulla "vita delle forme": il paese dell'anima, le cose, le memorie... Ovvero, il paesaggio dentro e fuori di noi. Anche oltre di noi: quale pelago, laguna domestica, roveto ardente, altana per luminarie superstiti, proda ferace, deserto concavo e convesso, alcova iridata di orme ed enigmi, cava di sortilegi, eremo per straniti naufraghi, oasi virente o riarsa di là dai crinali delle Murge... Dunque, terre e mari di Puglia che, trafitti o disvelati da riverberi altalenanti, approdano ai lidi della percezione visiva nel segno d'una contesa infinita tra esistente ed essente, sondato e insondato, contenuto e contenente: fintantoché il colore, ognora teso come elastici di fionda o ridotto ad emblematico lucore aurorale, non 'ferma' il flusso e il riflusso degli accadimenti - identità parziali e verosimiglianze, frutto di una calibrata concentrazione d'incastri e rammendi, ordini e relazioni, varianti e invarianti, magia e réverie -, quasi a volerli prolungare o replicare, complici la costanza della ragione e i palpiti della poesia, ben oltre le fatidiche pastoie del dogma della naturalezza. E di subito asceso ai fastigi della rastremata Torre del Serpe, l'intrepido Morea già perscruta il volto tumefatto d'una riemersa Isola di Utopia...
Corrado Marasan
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