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La terra a fette. A vederla così conciata non può essere soltanto lo sguardo di Nicola Morea. La vedono i geologi, ma la vediamo anche noi accompagnando la strada che taglia una gola o una cava. Gli strati di roccia, di calcare, di argilla poggiano l'uno sull'altro, a volte con regolarità, a volte in maniera incerta. lì tempo è il pasticcere che ha dato vita a questa torta rocciosa e difficilmente commestibile. Si é divertito a stendere strati di crema e cacao e marmellate sui panforti. Si è divertito o ha assistito con terrore ai sommovimenti tellurici, ai crolli, ai mutamenti o al lento depositarsi della polvere su strati già solidificati di polvere
Lo stesso è accaduto agli uomini. Il tempo ha creato sovrastrutture e sovrapposizioni, ha lasciato cadere sulla loro pelle cenere o lapilli, ha lasciato sedimentare abitudini paure, regole. A farlo a fette, il cuore dell'uomo dovrebbe apparire un ammasso stratificato di storie, di emozioni, di sentimenti, di esperienze. Coi colori rubati ai tubetti di Matisse, con l'arte agrimensoria di Kandinskij e di klee. Morea si diverte a rappresentarlo, a raffigurare il cuore a fette della terra, come la serie di elementi nei quali la storia si è bagnate le ossa.
Ma Morea non guarda soltanto dal basso, Morea si leva su un tappeto volante e ama raffigurare il geometrismo topografico nel quale scopre imprigionata o sezionata la natura, le distese collinari, i latifondi, le piane pettinate dagli aratri, i boschi, i muri di cinta. Nella visione assonometrica ecco il vestito variopinto delle campagne, l'arcobaleno sdraiato sulle colline e sulle pianure, il vestito arlecchinesco della terra, il patchwork figlio della sartoria pop. Una sartoria che svuota di consistenza materiale le cose e consente loro solo un'esistenza cromatica e geometrica. Per cui le cose non si presentano più per la propria intrinseca consistenza e neppure per quel che vediamo, ma sono ciò che immaginiamo. Siamo in una realtà virtuale, ideale, illusoria, nell'idealismo totale, nello psicologismo. Oggetti, uomini, spazi, corpi diventano nella nostra lettura delle geometrie colorate in connessione spaziale tra loro. Quella di Morea è una lettura psicanalitica del mondo, una pittura che inganna ma che potrebbe anche voler smascherare gli inganni, un po' Magritte e un pò Max Ernst. Ma è anche una pittura moltiplicatrice dei significati e delle possibilità di rappresentazione che gli oggetti hanno nella realtà. Tutto dipende, sembra insistere il pittore, dall'osservatore, da chi interpreta il mondo. La vista è un senso soggetto all'inganno o all'illusione. E il mondo ci appare cosi sistemato per le macchie di colore che le vestono. Ma guai ad assumere le apparenze per verità definitive, perché la verità sta nascosta nella geometria e nei colori.
Allora, se l'interpretazione che abbiamo dato è giusta, disegno e colore sono di per sé ingannatori e l'arte, dal momento che ascolta soltanto i sensi e non la scienza è il luogo dell'inganno? Intanto l'arte non si è mai posta come luogo della verità, ma sempre come luogo della fantasia e della possibilità. E poi qui si opera una rivoluzione copernicana, si idealizza la realtà, si riporta all'interno del soggetto che la osserva e la immagina. lì risultato pittorico e perciò un geometrismo scalcagnato, come a significare che lo spirito di geometrie è proprio della scienza, ma che all'arte e all'osservatore toccano uno spirito di finesse, l'unico cui sia concessa libertà immaginativa.
Raffaele Nigro
Nicola Morea è nato nel 1943 a Bari e risiede a Mola di Bari. Pittore e incisore, ha iniziato l'attività espositiva nel 1976. Ha al suo attivo oltre quaranta personali in Italia e all'estero e ha ottenuto significativi riconoscimenti.
Le sue opere sono in permanenza alla Galleria lì Gianicolo di Perugia, alla "Elle quadro" di Genova, a "La Pietra" di Martina Franca e a ”La Bottega di Cimabue" a Firenze.
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