Elogio della malinconia
Nicola Morea è un coniatore di simboli. Dalla totalità oggettiva ama risalire alla sintesi dei segni. Davanti ad un suo quadro mi pare necessario, ogni volta, imbastire un gioco di investigazione poliziesca. Pittore a metà strada tra figurazione e astrattismo, non si lascia vincere dalla lusinga della tela o del foglio alla confessione, ma è vinto da pudore e costretto a dosare le parole, a centellinare il colore e i segni. Morea divora la realtà e ne restituisce pochi frammenti chiusi in piccole forme aggraziate alle quali consegna i suoi bisogni di comunicazione. Questo ermetismo pittorico provoca il gioco investigativo, in quanto trasforma la produzione artistica in atto criminoso. Il fruitore deve cercare le chiavi di lettura per sciogliere i messaggi chiusi in bottiglia: arrovellarsi e risalire da frammenti e simboli a una totalità nascosta. Già in altre circostanze Morea si è espresso con questa sinteticità. Era un linguaggio esoterico, quello che ha prodotto la nascita dei segni astrologici o dei simboli apotropaici impressi sui coni dei trulli, quella che ha convinto gli anonimi protoitalioti a produrre la bella figurazione geometrica dell'arte vascolare. Breviario sintetico di una Puglia della calce e del pastello, cosi mi pare di etichettare questa pittura non nuova all'osservazione dei panorami, allo sconfinamento nella natura e che scopre ora il barocco e il suono, scopre la doratura dei legni antichi e li awicina all'albore della calce. Mentre il gioco investigativo procede e siamo gatto e topo, l'artista e l'osservatore, il rebus e l'improbabile risolutore, mi pare di ascoltare appena un suono, un richiamo dell'artista che si cela nei labirinti dei segni, offre appena bisbigli e si rintana. Il pennello impallidito traccia distese di colori che sono una dichiarazione d'amore per le campagne, i cieli le colline, per tutta la gamma della dolcezza e del morbido che offre una natura offesa dall'uomo e dalla tecnologia. Mi pare di intuire in questi chiarori quella primavera in cui i medievali credettero si collocasse la nascita del mondo, in suoni armoniosi di flauti e di arpe, la primavera nella quale si collocò la nascita della dea della bellezza, nel coro delle ninfe. Ma primavera e bellezza hanno bisogno di difesa. Non c'è una specie animale o vegetale da proteggere, ma l'uomo e il suo ambiente, l'arte e la bellezza. Impotente, il pittore affida il richiamo ai colori e i colori si vestono di malinconia, la malinconica attesa di una perduta leggiadria rinascimentale.

Raffaele Nigro