Critici e Recensioni
"Enigmi"

 

 

Andrea Domenico Taricco

Tra scienza e fantascienza

                                      

“ Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale” Jorge Luis Borges “L’Aleph” (1949)

 

Uno dei caratteri fondamentali della nostra era tecnologica è determinato dall’assoluto trionfo della logica. La scienza, ovvero l’insieme le esperienze ipotetiche-deduttive generali, conferma questo desiderio di proiettare la nostra civiltà oltre i confini del possibile, garantendo l’intervento umano sulla Natura mediante sistemi tecnologici avanzati.

Pensiamo alle sperimentazioni genetiche, ai satelliti inviati nel cosmo od a sofisticati sistemi robotici capaci di sostituire l’uomo in qualsiasi funzione manuale. Il processo geopolitico di globalizzazione ha coinvolto l’uomo contemporaneo spersonalizzando l’individualità in matrici educative preconfezionate.

 

L’uomo, oltre l’uomo per il sogno atavico di un mondo migliore. Eppure, nonostante il predominio della scienza positiva o la radicalizzazione totale della razionalità, esistono frontiere inesplorate, incognite logiche che fermano questo cammino progressivo verso la Verità, facendo piombare le certezze raggiunte nel marasma caotico dell’ignoto, dell’oscuro, del mistero. Parliamo di enigmi che hanno da sempre assillato ogni civiltà, enigmi che hanno sicuramente procurato risposte religiose, filosofiche o fantascientifiche senza mai raggiungere punti fermi. Sembra quasi che costituiscano un ostacolo alla piena consapevolezza dell’essere che vuole raggiungere la conoscenza. Enigmi è il titolo di questa mostra dedicata all’artista pugliese Nicola Morea. Sappiamo di lui che ha esposto in tutto il mondo ottenendo premi e riconoscimenti non solo per la sua abilità tecnica ed esecutiva ma per la capacità di far dialogare le sue opere con il pubblico sino a rievocare individualmente un stato di trance emotiva. Parte dalla consapevolezza informale ereditata dall’Espressionismo Astratto sino a confluire alle esperienze assemblative  delle pratiche Neo-Dada, tipiche del secolo scorso ma portate avanti con maestria e dovizia creativa.

 

Un neo-creativista militante che non smette mai di sperimentare tra la sfera del conscio e dell’inconscio, tra il sogno e la realtà. E’ un induttore puro di linguaggi ancestrali che risvegliano la sete di conoscenza in chi è direttamente coinvolto dalle sue opere. I suoi Enigmi pittorici toccano queste coordinate neurali. Il viaggio sia apre con il ciclo Big Bang, una serie di smalti su tela. E’ significativo assistere al miracolo astrofisico trasponendolo nel fare artistico. Come un dio creatore parte dall’oscurità monocroma del nero per incidere pittoricamente nell’esplosione cosmica che genera la vita di particelle, atomi, molecole che prendono forma in sbalzi direzionali di luce che irradia il supporto. Descritta l’origine delle vita galattica discende nel nostro mondo riportando in auge i misteri di civiltà remote. Pensiamo al ciclo Nazca discendente dal repertorio iconografico e scultoreo ritrovato sull’altopiano desertico del Perù meridionale. In opere come L’astronauta (2011), il Ragno (2011) e l’Orca (2011) così come la Scimmia (2011) riporta in vita questi segni visibili solo dall’alto e che deriverebbero da intelligenze extramondane. Attua l’incisività del segno caratteristico di civiltà megalitiche solcando il supporto come fosse pietra. Un primitivismo preconscio che lo porta lontano, oltre le Colonne d’Ercole. Pensiamo ad Atlantide (2011), in cui su un supporto di 40 x 40 centimetri narra, come un antico cantore, dell’apocalittico disastro che spazzò via la più grande civiltà galattica narrata da Platone. Il gesto proietta il colore in vortici figurali che decantano l’innalzarsi dei mari e della catastrofe che cambiò i destini dell’umanità giunta al culmine della tecnologia.

 

Con il ciclo Isola di Pasqua (2010), approda nelle isole pacifiche in cui i giganteschi Moai attendono il ritorno degli dèi che li conquistarono in passato sino a raggiungere l’osservatorio celeste di Stonehenge (2010) in Inghilterra risalente all’età neolitica o secondo ricerche più approfondite a quella paleolitica. Trasmigra ulteriormente in India (2011), dove imprime i simboli primordiali dell’Ente assoluto sempiterno sino all’antico Egitto immortalato da opere come Le vie dell’immortalità, in cui dimostra la conoscenza astronomica dei popoli del Nilo allineando la sequenzialità delle piramidi ai corpi celesti od il mistero della Sfinge evocato da Il segno del Leone. Poi, la crono-pittura di Morea salta i millenni della civiltà conosciuta ed improvvisamente si cala nella Patria degli enigmi, uno smalto e collage su tela in cui rappresenta ironicamente la nostra bandiera sulla quale assembla fantasmagoriche lettere che confusamente scrivono la storia del nostro amato paese logorato dalla crisi ideologica. Il suo è un viaggio affascinante nelle lande del mistero in cui la pittura d’azione, diviene lo strumento ideale per descrivere le propensioni naturali atte a tradurre il caos generativo in matrici formali stabili che sopravvivono nello spazio e che hanno una relativa durata. Direttive compositive che partono da una progettualità che lascia ampio sfogo all’istinto concretizzato dalla potenza materica, dall’incisività del segno o dalla confluenza del gesto. Il tutto è sempre riconvertito dalla ragione mediante flussi di pensiero organizzato. La sua operazione artistica consiste essenzialmente nel muovere l’occhio interiore verso una sorta di memoria atavica in cui giacciono archetipi che precostituiscono l’evoluzione umana. Per compiere questa operazione attua una sorta di pittura descrittiva correlata ad introspezioni psicologiche che smuovono, per mezzo dell’immagine i differenti gradi dell’immaginazione.

 

La percezione della forma deduce un sottile equilibrio tra la forma e l’informe, tra la materia e le simbologie che dietro di essa sono celate. E le porta in superficie attraverso il viaggio dell’arte. Vettori compositivi che consentono a Morea di condurci pittoricamente oltre lo spazio ed il tempo, analizzando con sagacia, a volte con ironia e profonda esperienza personale, calandoci in tutta quella serie di misteri o di enigmi appunto, che avvolgono la nostra tanto declamata Civiltà. 

Siro Perin

 

Da quando l’uomo è comparso sulla terra si è sempre posto domande sulla sua esistenza, sul suo passato e su tutto quello che lo circondava, dandosi, in base ai mezzi che aveva a disposizione,  le più svariate risposte. Tali quesiti nell’era contemporanea, nonostante le innovazioni tecnologiche e l’evoluzione della comunicazione di massa, non solo non sono stati risolti ma addirittura hanno avuto un incremento.

 

L’uomo oltre a tentare di comprendere questi interrogativi ha sempre sentito anche l’esigenza di dar loro anima e sostanza avvalendosi dell’Arte, cercando di metabolizzarli e metaforizzarli tramite surrogati capaci di mettere in luce latenze sensoriali, emozionali e razionali: basti pensare all’evocatività delle rappresentazioni artistiche dei personaggi o dei mostri che popolavano la mitologia  greca. E anche Nicola Morea, artista colto e versatile, ha voluto contribuire alla codifica di queste istanze irrisolte.

 

Affascinato da sempre dai misteri, dalla scienza e dalla fantascienza, egli ha usato la sua pittura, pregna di ponderata istintività e di gestualità, per la creazione di un ciclo pittorico dall’emblematico titolo “Enigmi”, nel quale il suo personale punto di vista, focalizzato sulla rappresentazione di alcuni dei più famosi arcani, si trasformasse in un viatico per un dibattito aperto con l’osservatore che in tal modo è costretto a confrontarsi con le proprie credenze, conoscenze e convinzioni. Ma perché la rassegna potesse essere veramente un efficace input per uno scambio di opinioni, l’artista ha voluto impostarla sulla compenetrazione tra la componente allegorica dell’arte ed alcune modalità interpretative: didascalica in quanto rappresenta delle successioni di opere sia sul piano ideale sia su quello artistico; propedeutica perché informa ed insegna; divulgativa perché favorisce lo scambio di idee ed indagatoria perché si avvale del vaglio scrupoloso offerto dalle certificazioni offerte dalla scienza attuale. Tutto ciò ha prodotto un nutrito numero di opere, realizzate grazie ad una diversificazione sia dei materiali, smalti all’acqua talvolta accompagnati dal pastello all’olio, mosaici, elementi tridimensionali, sia di svariate modalità di pittura come l’action  painting e le stesure di colore con particolari strumenti realizzati da egli stesso. La produzione è stata poi  divisa in cinque aree d’indagine.

 

La prima analizza in senso consequenziale la teoria del Big Bang  dal momento iniziale della “singolarità” sino all’universo attuale. Tale progressione ideale dell’universo sul piano pittorico assume valenze dicotomiche rese attraverso la stesura dei colori i quali partendo dai primordiali toni freddi, via via gradano verso intensità più calde per giungere all’odierno miscuglio astrale. La seconda ripropone una rappresentazione analitico-visiva del sito preistorico di Stonehenge, rappresentato sia in pianta che in prospetto. La terza è protesa a sottolineare il mistero senza tempo che circonda i Moai dell’isola di Pasqua. La quarta cita le cosiddette “Figure di Nazca”, in Perù, riproducendo le linee geoglifiche presenti su tale altopiano che raffigurano una scimmia, un ragno, un’astronauta ed una pista. La quinta si incentra sull’evidenziare i rapporti astronomici che legano le piramidi e la sfinge della piana di Giza, in Egitto, con le costellazioni del Leone e di Orione. Infine la quinta vede una miscellanea di dipinti concernenti altri misteri quali: la pianta di Atlantide, secondo le indicazioni contenute nel “Timeo” e nel “Crizia” di Platone; la millenaria colonna indiana priva dei segni del tempo che avrebbero dovuto essere causati dalla ruggine; il triangolo delle Bermuda troncato; la riproduzione di un vecchissimo oggetto d’oro, ritrovato in Colombia, dalla irreale forma per l’epoca di fabbricazione, che ricorda la sagoma di un aereo militare; il paese degli enigmi simboleggiato da una bandiera italiana intaccata da lettere che, unendole, formano la parola “ENIGMI”. 

 

Il ciclo quindi diviene uno strumento d’indagine imparziale nella riflessione, privo sia dell’estremizzazione dell’ortodossia scientifica di stampo positivista sia della visione irrazionale della fantascienza. Da tale rassegna emerge perciò che ogni confutazione, seppur convenzionalmente riconosciuta, non deve mai essere data per assoluta, in quanto ogni certezza può variare nel corso del tempo e può essere superata da nuove verità prima impensabili. 

E’ perciò doveroso sottolineare che per la realizzazione complessa, corposa e particolareggiata e per le riflessioni culturali ed ideali che induce, questo lavoro di Morea  non è solamente un invito al dialogo conoscitivo, ma è anche da intendersi come uno sprone per l’arricchimento intellettuale e la duttilità mentale .

Valeria Nardulli

 

Numerosi sono gli interrogativi che l’uomo si pone nel corso della sua esistenza, la maggior parte dei quali rimane senza risposta, divenendo dei veri e propri enigmi, ostacoli invalicabili per il raggiungimento di una piena conoscenza.

 

Essi costruiscono il filo conduttore in questa mostra di Nicola Morea, che apparentemente sembrerebbe rifarsi all’esperienza dell’Espressionismo Astratto di Jackson Pollock. Il condizionale è d’obbligo, poiché in realtà la ricerca dell’artista procede su un doppio binario: quello dell’inconscio e quello della ricerca autodeterminata. I segni che caratterizzano le tele di Morea, configurano un’immagine a prima vista caotica ed irrazionale, frutto della gestualità tipica dell’Action Painting. Gli elementi segnici, però, più che rifarsi ad un incontrollabile impulso dell’IO più profondo, si estrinsecano e nascono da un determinato progetto, scaturito dalla volontà di esprimere il fascino che alcune problematiche irrisolte esercitano sull’animo dell’artista.

Le opere sono caratterizzate da una “ sequenzialità cromatica ” evidente nelle tele dedicate alla tematica del BIG BANG: l’esplosione che avrebbe dato origine all’universo. Sulla tela monocroma , di un bleu verde intenso da rasentare il nero, si materializza un punto, particella elementare della grammatica visiva, che con il susseguirsi delle tele si trasforma in linee policrome, che sembrano muoversi secondo un  effetto doppler: la frequenza delle onde di colore dà l’impressione di diminuire con l’aumentare della distanza dalla loro sorgente. Isolate sulla superficie, esse sembrano scaturire dal linguaggio scientifico e, più precisamente, dall’analisi matematica che applica nozioni infinitesimali alle funzioni complesse.

Nicola Morea ci suggerisce, anche attraverso i titoli, il rimando ad uno spazio quadrimensionale nel quale alle tre dimensioni viene collegato il fattore tempo come coordinata aggiuntiva. E come se all’osservatore, attraverso gli occhi dell’artista, fosse data la facoltà di ‘ uscire ’ dalla realtà circostante per osservare lo spazio dell’universo che si arricchisce anche di simboli arcani e misteriosi.

Si materializzano così elementi iconografici legati al patrimonio di antiche civiltà:  

  • l’astronauta, l’orca, la scimmia ed il ragno di Nazca (inseriti dall’artista in un turbine di colori ), facenti parte di oltre ottocento disegni/sculture presenti sull’altopiano arido di quel deserto, nel Perù meridionale, visibili soltanto dall’alto.

Geoglifi che, secondo alcuni studiosi, avrebbero un significato astrale, per altri sarebbero da collegare al culto del popolo Nazca per l’acqua.

 

  • Il lingam di Mohenjo Daro, città della civiltà dell’Indo, in Pakistan, simbolo dell’Assoluto trascendente, senza principio né fine, considerato una forma simbolica di Shiva.

  • Il monumento megalitico di Stonehenge, in Inghilterra, forse osservatorio astronomico nell’età neolitica.

  • I Moai, imponenti sculture dell’Isola di Pasqua ( Rapa Nui ), che riproducono ossessivamente lo stesso modello, forse un antenato o forse una divinità venuta da lontano, rivolti con le spalle verso il mare e lo sguardo all’interno dell’isola.

  • Le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, nella piana di Giza, disposte secondo l’allineamento della Cintura di Orione all’epoca della loro costruzione.

 

Questi sono soltanto alcuni dei quesiti, ancora oggi, non compiutamente risolti presentati dall’artista su trenta tele, utilizzando smalti ad acqua, glitter, porporine, mezzi con i quali Nicola Morea crea delle textures vibranti e tattili, ed in alcune di esse l’elemento materico viene enfatizzato anche grazie all’utilizzo di piccole tessere musive.

 

La ricerca pittorica di Morea non si esaurisce solo nell’ambito dell’Espressionismo Astratto ma sconfina anche verso taluni aspetti della POP ART e del NEW DADA.

Egli ci propone infatti, come aveva già fatto con la bandiera americana nel 1945 il pittore Jasper Johns, una bandiera italiana, dove ai colori tradizionali Morea aggiunge il collage di lettere di legno che formano la parola ENIGMI, simbolo della ‘Patria degli Enigmi’. Opera paradigmatica dalla forte valenza ironica. Non essendo più solo un feticcio inerte e stereotipato, essa diventa mezzo di riflessione intellettuale su noi, sulla nostra storia gravida di enigmi irrisolti.

In questa sua ‘personale’,  Nicola Morea sempre alla ricerca di nuovi stimoli, ci propone quindi un percorso cognitivo che, partendo dai contenuti non ancora compiutamente risolti del nostro mondo, vuole accompagnare coloro che guarderanno le sue ‘creature’, se non alla consapevolezza critica, almeno al raggiungimento, come scrive Arthur Schnitzler di ‘ un territorio intermedio tra conscio ed inconscio ’.

 
 

pittore e grafico professionista

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